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url: "https://correntia.it/notizie/articoli/come-sono-passato-elettrico/"
titolo: "Non chiedermi se mi manca il rumore del due tempi"
descrizione: "Quattro anni di pistoni grippati, una Mito con la turbina andata e poi le prime elettriche in prova. Storia di come uno smette di litigare con i motori."
tipo: "articolo"
sezione: "Tecnologia"
autore: "Giovanni Arena"
pubblicato: "2026-08-11T12:00:00.000Z"
modificato: "2026-08-11T12:00:00.000Z"
minuti_lettura: 5
parole: 1038
editore: "Eratek Srl"
licenza: "CC BY 4.0"
attribuzione: "Correntia — https://correntia.it"
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# Non chiedermi se mi manca il rumore del due tempi

> Quattro anni di pistoni grippati, una Mito con la turbina andata e poi le prime elettriche in prova. Storia di come uno smette di litigare con i motori.

Avevo sedici anni e stavo spingendo un motorino sotto il sole di luglio, in salita, con il casco slacciato che mi ballava sulla testa. Grippato. Di nuovo. La terza volta in quell'estate, e la cosa peggiore è che sapevo già cosa era successo prima ancora di aprire: miscela tirata, pistone rigato, e un pomeriggio buttato.

Se oggi scrivo di auto elettriche, la ragione comincia lì, su quella salita.

## Gli anni in cui avere un mezzo era un secondo lavoro

Dai quattordici ai diciotto ho avuto solo due tempi. Chi c'è passato sa di cosa parlo, e chi non c'è passato lo capisce in due righe.

Un due tempi ti dà una cosa sola e te la dà bene: ti fa sentire vivo. In cambio ti chiede tutto il resto. Le candele si consumavano con una frequenza che oggi mi sembra comica, e ne tenevo sempre una di scorta nello zaino, avvolta in uno straccio, come le nonne tengono la chiave di casa dentro la tasca del grembiule. I pistoni si rigavano. Le grippate arrivavano puntuali come le bollette.

(A quell'età non pensi mai che il problema sia il mezzo. Pensi che sia sfortuna, o che sia colpa tua, e la vera trappola è che qualche volta è vero.)

Passavo più tempo con le mani sporche che in sella. Smontavo, pulivo, rimontavo, e per un po' mi sono perfino convinto che quella fosse la parte bella. Ci sono stati pomeriggi interi in cui ho imparato più meccanica che in qualsiasi manuale, e non lo rinnego. Solo che non era una scelta: era la condizione per muovermi.

E ogni volta che ripartivo, la domanda restava la stessa, sempre in sottofondo: quanto dura, questa volta.

## Poi ho compiuto diciotto anni e ho alzato il tiro

Patente in tasca, e la prima macchina fu una Mito da novanta cavalli.

Novanta cavalli a diciotto anni sono una scemenza magnifica, e per qualche mese fu esattamente la scemenza che mi aspettavo. Andava forte, faceva il rumore giusto, e per la prima volta nella vita avevo un mezzo che sembrava serio.

La turbina si ruppe poco dopo.

Adesso, se hai mai avuto a che fare con una turbina andata, sai già come prosegue la storia. Se non ci sei passato, ti risparmio il preventivo e ti do il riassunto: da quel momento la Mito fu più un'officina con quattro ruote che una macchina. Ci ho messo dentro una quantità di soldi e di pazienza che allora non sapevo di avere. Guidata poco, riparata tanto.

(Il bello è che continuavo a difenderla. Quando uno ha investito così tanto in una cosa, ammettere che la cosa sia sbagliata gli costa più della cosa stessa. Vale per le macchine, e a quanto pare non solo.)

Anche lì, come sul motorino, il pensiero fisso era lo stesso: quanto dura, questa volta.

## Quello che ho capito solo molto dopo

Ci ho messo anni a mettere a fuoco una cosa che, scritta, sembra ovvia.

Non ho mai avuto un problema di marca, di fortuna o di manutenzione fatta male. Avevo un problema di **numero di pezzi**. Un due tempi e un turbo benzina hanno in comune una cosa: centinaia di componenti che si muovono, scaldano, si consumano e vanno a rincorrersi in tolleranze strettissime, migliaia di volte al minuto. Un pistone, delle fasce, una candela, una turbina che gira a centomila giri dentro gas roventi. Ogni singolo pezzo è un punto in cui la giornata può girare storta.

La probabilità che qualcosa si rompa non è mai una questione di sfortuna. È aritmetica: più oggetti in movimento hai, più occasioni ci sono che uno ceda.

Su un mezzo elettrico quel conto cambia di grandezza. Un motore elettrico ha un rotore che gira e due cuscinetti. Non c'è olio da cambiare, non c'è frizione, non c'è una candela da portarsi nello zaino, non c'è un turbo che aspetta il momento peggiore per salutarti. Le cose che possono rompersi esistono ancora, e sono molte meno, e soprattutto sono di un altro tipo: elettronica e batteria, che si degradano lentamente invece di piantarti in mezzo alla strada senza preavviso.

Ecco la conversione vera, e non è avvenuta per ambiente né per ideologia. È avvenuta perché a un certo punto ho smesso di voler discutere con i miei mezzi.

Chi mi conosce sa che non sono uno che si accontenta, e infatti la parte prestazionale non l'ho persa per strada. Ho solo scoperto che si poteva avere senza il resto del pacchetto.

## Come ci sono arrivato, quasi per sbaglio

La svolta non arrivò da una scelta consapevole. Arrivò dal lavoro.

Quando abbiamo fondato Eratek Service mi sono ritrovato dentro il mondo dei leasing aziendali, che è un posto dove le auto le provi perché ti passano per le mani, non perché le hai scelte. Le prime elettriche le ho guidate così, senza aspettative e con un pregiudizio abbastanza solido.

Il pregiudizio durò poco. (Non per il silenzio, che all'inizio mi disturbava. Per la coppia da fermo, che a uno cresciuto a due tempi fa lo stesso effetto di una bestemmia in chiesa: sai che non dovrebbe funzionare così, e invece funziona.)

Poi ne ho provate altre, e a un certo punto ho cominciato a fare i conti sul serio, quelli che oggi trovi in questo sito con le fonti attaccate. Quanto costa un chilometro. Quanto si perde alla presa. Quanto dura davvero una batteria. Più conti facevo, più il quadro si spostava, e non nella direzione che mi aspettavo.

L'auto che guido adesso è una Jeep Avenger elettrica, e di quella parlerò per esteso in una prova dedicata, appena avrò finito il giro come si deve. Qui mi limito a dire che è la prima macchina della mia vita con cui non ho mai avuto un pomeriggio storto.

## Cosa direi al me di sedici anni

Che aveva ragione ad amarli, i motori. E che l'affidabilità non è una cosa da vecchi: è il tempo che ti torna indietro.

Poi però una storia non è un argomento. Che a me sia convenuta non dice niente su cosa convenga a te: dipende da dove parcheggi e da quanto paghi la corrente. Per quello ci sono i conti: [ti conviene passare all'elettrico](https://correntia.it/conviene-elettrico/) mette insieme le voci, e [il costo di ricarica](https://correntia.it/costo-ricarica/) dà il numero al chilometro con la tariffa che paghi.

Se il conto torna, benvenuto. Se non torna, hai risparmiato dieci minuti e un preventivo per la turbina.



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Fonte: <https://correntia.it/notizie/articoli/come-sono-passato-elettrico/> · Eratek Srl · Testo riutilizzabile con licenza CC BY 4.0, citando Correntia — https://correntia.it.
