«Quale wallbox compro?» è la domanda con cui si comincia, ed è la domanda sbagliata. Me ne sono accorto scrivendo questo pezzo, quando ho smesso di guardare i cataloghi e sono andato a leggere le norme.
La wallbox è un apparecchio e costa quello che costa. A decidere la spesa, i tempi, in certi casi la sicurezza, è l'impianto dietro: il quadro, la protezione, la linea, quanti chilowatt ti dà il contatore. Due case identiche possono avere preventivi lontani mille euro per la stessa scatola.
Una parola su cosa c'è dietro quello che leggi, perché sull'impianto elettrico ci si fa male sul serio. Non sono un installatore e non firmo dichiarazioni di conformità. Quello che segue viene dal decreto che regola il mestiere, dal comitato che scrive le norme, dalle guide dei costruttori di componenti, dai listini pubblici. Dove ho fatto un conto io, lo dico. Dove non ho potuto leggere una fonte, pure.
Ti smonto il problema pezzo per pezzo, nell'ordine in cui te lo troverai davanti.
Partiamo dal fatto che non la puoi montare tu
Lo dico subito perché è la cosa che fa storcere il naso a più gente, e non è un'opinione.
Il DM 37 del 2008, articolo 8 comma 1, obbliga il committente ad affidare a imprese abilitate l'installazione, la trasformazione, l'ampliamento e la manutenzione straordinaria degli impianti. Non ci sono deroghe per il fai da te, e non c'è la scappatoia del «sono competente»: un parere del ministero dello Sviluppo economico del 2009 ha chiarito che il divieto vale anche per un privato preparato, e vale pure se sei un ingegnere iscritto all'albo. La wallbox in sé è un apparecchio, ma la linea che la alimenta è impianto, e quella la tocca solo chi ha i titoli.
A fine lavori l'impresa ti rilascia la dichiarazione di conformità, che l'articolo 7 rende obbligatoria sempre. Tienila da parte come tieni il rogito, perché serve alla rivendita, serve in caso di sinistro, e serve se un giorno chiedi altra potenza.
Poi ci sono due soglie, e ruotano entrambe intorno ai 6 kW di potenza impegnata. Sopra quel valore serve un progetto firmato da un professionista iscritto all'albo, e non basta più il responsabile tecnico dell'impresa. Sempre sopra quel valore, la dichiarazione va consegnata al distributore entro trenta giorni, pena la sospensione della fornitura. Le sanzioni vanno dai 100 ai 1.000 euro per la dichiarazione mancata, e fino a 10.000 per gli altri obblighi.
La norma tecnica di riferimento è la CEI 64-8, che dal primo novembre 2024 è alla nona edizione. La parte che riguarda le auto è la sezione 722, ed è stata riscritta: il presidente del comitato tecnico che se ne occupa ha elencato le novità, fra cui l'obbligo di verifiche iniziali anche sugli impianti esistenti. Una cosa in chiaro, perché conta. Il testo della norma non è gratuito, e io non l'ho comprato. Le citazioni puntuali che trovi gratis in giro risalgono quasi tutte a un progetto del 2013, superato da due edizioni: chi ti riporta l'articolo col numero preciso spesso sta copiando roba vecchia di tredici anni. Per questo qui sotto non trovi numeri di articolo. Trovi cosa prescrive, sulla parola di chi la norma la cita ufficialmente.
Il differenziale, cioè dove si buttano i soldi o si rischia sul serio
Questa è la sezione lunga, e se leggi solo un pezzo dell'articolo leggi questo.
Il problema nasce da come funziona un'auto elettrica. Il caricabatterie di bordo prende l'alternata e la raddrizza, e se si guasta l'isolamento a valle del raddrizzatore verso terra non se ne va una corrente alternata: se ne va una corrente continua liscia. Quella corrente attraversa il toroide del differenziale e lo magnetizza, un po' come un magnete appoggiato su una bussola: l'ago non si rompe, semplicemente smette di dirti dove sta il nord. Il differenziale resta lì, sembra a posto, e non scatta più.
Il fenomeno ha una soglia precisa e la guida di ANIE la scrive: correnti continue di guasto sopra i 6 mA possono compromettere il funzionamento di un differenziale di Tipo A, mentre su un Tipo AC bastano correnti «di qualsiasi entità» per renderlo, nel peggiore dei casi, inutilizzabile.
Per questo la sezione 722 chiede, per ogni punto di connessione, un differenziale da non più di 30 mA almeno di Tipo A, più una misura contro le correnti continue. E qui arriva la parte che quasi nessuno ti spiega: le strade ammesse sono tre, non una. Lo mette nero su bianco ANIE riportando la norma: un differenziale di Tipo B; oppure un Tipo A insieme a un dispositivo RDC-DD conforme alla CEI IEC 62955; oppure un Tipo F insieme allo stesso dispositivo.
La differenza fra la prima strada e le altre due la vedi sul listino, ed è brutale. Un differenziale di Tipo B da 40 A e 30 mA a catalogo BTicino sta a 937,18 euro; il Tipo A di pari taglia, dello stesso costruttore e dello stesso listino, sta a 293,46 euro. Da Hager il confronto dà 651,79 contro 199,31. Cambia il marchio, cambiano le cifre, e il rapporto resta intorno al triplo. In più il Tipo B occupa quattro moduli DIN contro due, e in un quadro domestico già pieno quello è un secondo problema.
Adesso la domanda che vale i soldi: quella wallbox integra già l'RDC-DD? Parecchi modelli in commercio lo fanno, e in quel caso a monte basta un Tipo A da 30 mA. Sta scritto nelle schede tecniche, in una riga che nessuno legge. Cinque minuti. Seicento euro.
Un'ultima cosa su questo dispositivo, perché il nome inganna. L'RDC-DD non è una protezione contro la folgorazione e non sostituisce il differenziale: rileva la componente continua e comanda l'apertura, ma il compito di proteggere le persone resta di un differenziale vero, a monte.
I quattro errori che si ripetono, e costano tutti
Li ho messi in fila perché sono documentati da chi fa le norme, e perché tre su quattro te li fa qualcun altro.
Il primo è il differenziale integrato che non è un differenziale. Diverse stazioni dichiarano una protezione differenziale «integrata», e ANIE avverte che non basta che interrompa la ricarica: deve rispettare tutti i requisiti delle norme di prodotto e deve avere l'aspetto di un differenziale vero, con marcatura, manopola, tasto di test. Se quella roba non c'è, a monte serve comunque un differenziale idoneo. Tradotto: la scritta sulla scatola non è una protezione.
Il secondo è usare come protezione fissa il dispositivo del cavo. Quelle centraline in linea sui cavi da presa domestica rispondono a una norma di prodotto diversa, e ANIE è categorica: non sono idonee a fare da protezione per la ricarica in modo 3, nemmeno se le fissi al muro. Scritto qui sembra ovvio. Se ANIE ha sentito il bisogno di metterlo per iscritto in una guida tecnica, evidentemente ovvio non è.
Il terzo è quello che ti frega anche se hai comprato bene, ed è il più subdolo. Un differenziale di Tipo AC, A o F non dovrebbe stare a monte di un Tipo B, salvo dichiarazione esplicita del costruttore. E indovina cos'è il differenziale generale del tuo appartamento, quello messo lì quindici anni fa. Puoi aver speso novecento euro per il Tipo B e avere comunque un anello debole due metri più in su.
Il quarto è comprare il Tipo B quando non serviva, cioè il rovescio del punto precedente. Sono seicento o novecento euro buttati, e succede ogni volta che nessuno apre la scheda tecnica della wallbox.
C'è chi obietta che sono dettagli da elettricisti, e che uno paga l'installatore proprio per non pensarci. Obiezione legittima, e regge finché l'installatore è bravo. Ma il preventivo lo firmi tu, e sapere che le strade ammesse sono tre ti mette nella posizione di chiedere perché hanno scelto la più cara. Nove volte su dieci c'è una risposta buona. La decima, ti sei risparmiato uno stipendio.
Tre chilowatt, e il conto che nessuno ti fa prima
Qui si passa dalla sicurezza ai soldi, e la matematica è impietosa.
La fornitura domestica italiana standard è da 3 kW. Una wallbox da 7,4 kW ne vuole più del doppio, e non è che si arrangia: o alzi la potenza, o metti un sistema che le impedisce di superare quello che hai.
Alzarla costa meno di quanto pensi. La quota potenza in bassa tensione è di 78,81 euro per kW, ma per le utenze domestiche che chiedono un aumento entro i 6 kW scende a 62,30 euro, ed è il numero che i blog sbagliano più spesso citando l'altro. Sono i valori in vigore da gennaio 2026: ARERA li rivede ogni anno, quindi se stai leggendo più avanti ricontrollali prima di fare il conto. Il conteggio si fa sulla potenza disponibile, che è 1,1 volte quella impegnata. ARERA fa l'esempio del passaggio da 3 a 4 kW: 23 euro di contributo fisso più 1,1 per 62,30, totale 91,53 euro più IVA. Con la stessa formula, salire da 3 a 6 kW fa 228,59 euro netti, ed è un conto mio sui valori ARERA, non una cifra pubblicata da loro.
Il costo vero però non è quello una tantum. È che ogni kW di potenza impegnata pesa in bolletta intorno ai 26 euro l'anno, per sempre. Passare da 3 a 6 significa una settantina di euro l'anno in più anche nei mesi in cui l'auto non la ricarichi.
Ed è per questo che il bilanciamento dinamico del carico è la cosa più intelligente che puoi mettere in questo impianto. È un sistema che legge in tempo reale quanto stanno assorbendo il forno, la lavatrice, il piano cottura, e abbassa la ricarica di conseguenza invece di far saltare il contatore. La norma stessa lo riconosce, perché ammette di ridurre il fattore di contemporaneità solo se esiste un controllo del carico. E funziona: nella sperimentazione seguita dal GSE, il 92% dei partecipanti ne aveva uno.
Su quella sperimentazione: c'era un meccanismo per ricaricare a circa 6 kW di notte e nei festivi senza toccare la potenza contrattuale. La finestra per aderire è scaduta il 30 giugno 2026 e proroghe non ne ho trovate. Se leggi più avanti, riverificalo per primo.
La presa di casa: sconsigliata sì, vietata no
Su questo punto voglio essere preciso, perché in rete leggi troppa gente che confonde una scelta tecnica con un divieto.
La norma vieta la ricarica da presa domestica nelle aree pubbliche o accessibili al pubblico. Per l'uso privato in casa tua, un divieto normativo non esiste, e non ho trovato nessuna presa di posizione ufficiale che dica il contrario.
Sconsigliata però lo è per ragioni serie. Una presa normale sta su un circuito condiviso con mezza casa, quindi non ha il circuito dedicato che la norma chiede; i contatti si scaldano e si degradano con otto o dieci ampere per sei ore di fila; e a corrente ridotta una ricarica piena può prenderti una notte e mezza. Per l'emergenza va benissimo. Come abitudine quotidiana, no.
Quanto costa, secondo chi l'ha pagata
Chiudo con il numero che cercavi all'inizio, e stavolta viene da una fonte che vale la pena spiegare.
Il GSE ha raccolto le spese autodichiarate da 4.363 persone che hanno installato una wallbox, e il risultato è che il 78% dei valori sta fra 751 e 2.000 euro, con una media di circa 1.390 euro. Nel 2024 la media è salita a 1.443, cioè il 12% in più rispetto al 2021.
Due cautele, perché nessuno le dice. Il dato è autodichiarato e non separa l'apparecchio dalla posa. E il campione è quasi tutto villette e box indipendenti, con appena il 7% di installazioni in condominio: là il nodo non è tecnico ma assembleare, e ne ho scritto altrove.
Sul solo costo di posa l'unica stima pubblica seria resta quella di ARERA e RSE, intorno ai 300 euro. È del 2021, e cinque anni qui sono un'era geologica.
Quello che porti a casa è che la forbice fra un impianto facile e uno complicato non la fa la wallbox: la fanno la distanza dal quadro, com'è messo il quadro, e se serve o no un differenziale da novecento euro. Chiedi il preventivo con le voci separate. E chiedi quale delle tre strade ammesse hanno scelto per la protezione: se l'installatore risponde a tono sei in buone mani, se ti guarda storto hai imparato una cosa comunque.
Poi la wallbox è metà del conto. L'altra metà è quanto costa davvero un chilometro quando la corrente la paghi tu, e lì decide la tariffa: il costo di ricarica lo calcola con la bolletta in mano, e per il quadro completo c'è conviene o no passare all'elettrico. Se invece la stai valutando perché fuori casa non trovi niente, guarda prima dove sono le colonnine: a volte la risposta cambia la domanda.
Norma tecnica e ambito della Sezione 722 dai comunicati e dalla rivista ufficiale del CEI: il testo della norma è a pagamento e non è stato consultato, quindi qui non si citano articoli numerati. Obblighi di abilitazione, dichiarazione di conformità, progetto, sanzioni dal DM 22 gennaio 2008 n. 37. Prescrizioni e casistica sulla protezione differenziale dalla guida e dalla scheda tecnica di ANIE CSI. Prezzi dei differenziali dai listini pubblici dei costruttori, IVA esclusa. Corrispettivi di aumento potenza dai valori pubblicati da ARERA: il calcolo del passaggio da 3 a 6 kW è un'elaborazione nostra su quei valori. Dati di costo e diffusione del bilanciamento del carico dalla relazione annuale 2024 del GSE.